Budapest 2019 – avventura nello spazio

In visita al fantastico museo Vasarely, genio dell’astrattismo europeo..

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I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different todaY

… Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do

(Space Oddity, David Bowie)

 

A un certo tutti quelli presenti in sala hanno l’istinto di girarsi su se stessi e chiedersi cosa c’era nei loro caffè, poi scrollano le spalle, sorridono e si rituffano in un altro universo di cubi, colori e globi che sembrano esplodere e quasi uscir fuori dalla superficie dei quadri per poi ritornare avvallamenti e altri cubi e pareti scoscese di poliedri..

E’ la enorme sala centrale al secondo piano del grande museo che Budapest dedica a Victor Vasarely, artista ungherese francese di adozione, (e anche gli ungheresi lo pronunciano all’italiana, una sorta di Vasarelli) pioniere della pop art e dell’astrattismo, di grandissima influenza nel nostro immaginario popolare degli anni 60 e 70, a cui il Centre Pompidou di Parigi ha appena dedicato una grande retrospettiva questa primavera. E allora qui in visita a Budapest, concedetevi un’oretta per museo diverso dagli altri e di grande fascino.

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Nato nel 1906 (si spegnerà a quasi 91 anni), nei complicati anni ’20 Vasarely passa dagli studi di medicina all’accademia d’arte privata fondata dagli esponenti ungheresi della Bauhaus (N.B. a cui l’altra Budapest dedica il tour del mese di luglio), ne eredita la propensione applicativa (fino agli anni ’40 si occupa principalmente di grafica e design) e la passione per gli effetti geometrici a iniziare dalle celebri zebre intrecciate con le strisce che si accostano e si accavallano fino a diventare una costruzione altra..

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Zebre – 1937

Dal ’49 abbandona definitivamente ogni retaggio figurativo e si abbandona in quello che verrà chiamato neo-geometrismo, fonda il movimento dell‘arte cinetica, opere che sembrano muoversi grazie al movimento dello spettatore attorno ad esse, come nella serie di “scatole”, come Naissances (dall’album Hommage a J.S. Bach, Supplemento No.3, 1954-1960), identiche serigrafie in bianco e nero su due lastre di vetro separate da uno strato millimetrico, che sembrano davvero muoversi e distorcersi osservandole curiosi sul piedistallo..  o come nei successivi sconvolgenti esperimenti e infiniti giochi ottici (opt-art) con le permutazioni di forme fondamentali e colori primari, con cui crea un proprio riconoscibilissimo alfabeto artistico universale che applica ai quadri ma anche alla scultura, all’architettura (suoi gli interni della nuova stazione di Montparnasse a Parigi o delle sale della Deutsche Bank a Francoforte) e al design (il logo Renault!).

 

 

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La mostra temporanea

Un astrattismo con una visione comunque sempre sociale e cmunicativa dell’arte, come prescriveva il Bauhaus, accessibile a tutti e per tutti, sua per esempio la copertina del 45 giri di Space Oddity, il primo grande successo “spaziale” di David Bowie con Major Tom che si libra nel vuoto stellare come tra i cerchi della copertina, esposta nella consigliatissima mostra temporanea “Hold 50 – Űrmuvészet” (Luna 50 – arte dello spazio), l’omaggio di Budapest ai 50 anni dell’uomo sulla luna con tante piccole gemme dai reperti della corsa allo spazio da questa parte della cortina di ferro alla copia del Moon museum, il primo oggetto d’arte dello spazio, delle dimensioni di un’unghia (per l’originale bisogna semplicemente andare sul nostro pallido satellite, è ancorato al modulo lunare Intrepid, nel Mare cognintum, portato lì dall’Apollo 12, e dato che l’ultimo alllunaggio è dell’11 dicembre 1972 sono almeno 46 anni che nessuno lo va ad ammirare)

Ma Vasarely sulla Luna c’è andato davvero, anzi ancora più in là. Nel 1982 l’astronauta francese Jean Loup Chretien e i due cosmonauti sovietici (la guerra fredda ci ha regalato un vocabolario bellissimo) Vladimir Dzhanibekov e Aleksandr Ivanchenkov hanno portato con loro nella loro missione spaziale la serigrafia Doupla Oervegn apparsa sulla copertina del numero di luglio de Le Courier de l’UNESCO di quell’anno.

Dove?

La mostra è ubicata nel settecentesco palazzo Zichy, i signori di Obuda, la terza città accanto a Buda e Pest a formare Budapest nel lontano 1867. Arrivarci è facile, basta prendere dal ponte Margherita lato di Buda o da Batthyany tèr (metro rossa) la metropolitana di superficie (la mitica Hèv, color verde, quella che arriva fino alla cittadina dal sapore mediterraneo, così dicono, di Szentendre) e scendere a Szentlelek tèr (piazza dello Spirito Santo), il museo è giusto di fronte alla fermata. Siamo a un tiro di schioppo dall’ingresso dell’isola di Obuda, dove tra pochissimo si aprirà il grande Sziget fesztival, ma se dal bel giardino all’ingresso del museo sentite forte e chiara qualche melodia, con ogni probabilità viene dal Kobuci kert, il locale estivo con un bellissimo programma di eventi e concerti, e nella piazza alle spalle nn dimenticate di salutare le signorine con l’ombrello, la celebre statue di Imre Varga, che qui aveva il suo studio e la statua di Szinbad, personaggio di Krudy Gyula, scrittore ungherese di fine ottocento (lui viveva appena dopo il ponte) sempre col suo froccs, lo spritz di acqua e vino appoggiato al tavolo in bronzo, per rinfrescarsi nelle calde serate estive…

Se vieni in visita a Budapest e cerchi una guida turistica diversa dalle altre contattami per un tour della città: un tour Budapest classica, il tour del quartiere ebraico, della Budapest liberty o  per un tour su misura solo per te.

Alla caccia delle mini statue in giro per Budapest

la stranissima mostra delle ministatue di Mihail Kolodko che appaiono inaspettate nelle piazze di Budapest…

Mozart.Ungvar

La soluzione del mistero del post precedente del blog va cercata nel cuore del quartiere ebraico, là alle spalle della sinagoga ortodossa, dove la movida dei turisti si trasforma nei locali alternativi dei veri budapestini in gamba, in via del Noce, nella galleria Kahan insieme a una dozzina di statue dello stesso scultore, l’ormai mitico Mihàly Kolodko, scultore ucraino – ungherese (o per meglio dire ruteno, di quella assurda regione che in ungherese chiamasi Karpatalia, per noi Transcarpazia (od Oblast Zakarpattia se vi piacciono i nomi russi) che è stata parte di qualcosa come di 6-7 stati in meno di un secolo (Austria Ungheria, Cecoslovacchia, Repubblica dell’Ucraina Carpatica, Ungheria, URSS, Ucraina) il cui capoluogo, è Ungvar (Uzhgorod in ungherese).

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Le statue sono bellissime e divertenti (ma nn grottesche, è solo per esaltarne il carattere afferma l’autore), legate alla storia della città e al punto dove sono lasciate, ognuna ha in mano un oggetto che lo identifica (c’è persino un Napoleone forchetta in mano.. che in Subcarpazia napoleone è il nome di un dolce!) e ogni volta è una gioia, una corsa al primo che si accorge di qualcosa di nuovo in città..

Kolodko è autore già affermato, e di lui potete ammirare la grande statua al pittore Roskovics vicino al ponte delle catene, ma si è fatto un nome semplicemente disseminando di ministatue, si, proprio alte una decinaquindicina di centimetri al massimo la sua città natale.

Racconta in intervista a Fidelio: Le piccole dimensioni mi fanno sentire infinitamente libero: nn ho un committente, sono io a decidere che cosa rappresentare, nn ho un tempo di consegna, né un posto assegnato per la statua” nn ha un finanziatore e della decina di copie che prepara neanche una è in  vendita, accetta doni in natura (bronzo o altro materiale) e commesse più grandi.

Jon Lord
Jon Lord

John.Lord.Ungvar

la mostra chiude i battenti il 17 novembre, nella galleria Kahan, Kisdiofa u. 15, ma la caccia alle ministatue in città è sempre aperta.. (a Bp ce ne sono una ventina!)

Delle ministatue venute direttamente dalla Subcarpazia esposte nella galleria Kahan la più bella è un Jon Lord (fondatore dei Deep Purple) con gli occhialoni in cima a un pilone, passione rockettara personale dello scultore e legame abbastanza flebile con la realtà locale (i dischi dei Deep Purprle arrivavano illegalmente in URSS dall’Ungheria), ma ecco Andy Warhol cinepresa in mano, il rutino più famoso di tutti (all’anagrafe Andrij Varhola), un severo Bela Bartok con un grammofono, (il compositore trascorse a Nagyszolos gli anni giovanili, compose qui le sue prime opere e raccolse moltissimo materiale di musiche popolari in Karpatalia), Csontvari sugli skate (grande pittore, qui fece il ginnasio, amava i pattini a rotelle)…

Le ministatue hanno avuto tanto successo che da qualche anno son arrivate a popolare anche Budapest, tutti con una copia in galleria, l’ultima arrivata è un impettito Theodor Herzl, il padre del sionismo vestito come un hipster con un velocipede davanti alla sinagoga di Dohany utca di Budapest, il Ferenc Liszt in snervante attesa di cui il blog ha già parlato, Houdini, il grande illusionista, la cui madre era della comunità di Őr, incatenato in cima a una colonnina (ora è in una sala sempre nel quartiere ebraico), e poi un paio di personaggi dei cartoni animati ungheresi che qui si chiamano favole: Mekk ezer mester (Muu mille mestieri *nn ditelo ad Elio ma in Ungheria la mucca non fa mu, ma fa mek) e Főkukac (il grande vermetto, l’aiutante di Ho – ho – horgasz, pe pe pescatore).

C’è una rana dei Muppets davanti alla vecchia sede della Tv …. e tanti altri piccoli e grandi personaggi dell’immaginario ungherese e il gioco è andare a cercarli insieme ai bambini, se si viene in visita a Budapest con la famiglia o trovarseli sotto il naso in città mentre si guarda il panorama dall’alto della funicolare di Buda e ci si chiede cos’è questo strano esserino con le enorme orecchie a quadri e un cannocchiale che scruta l’orizzonte con voi..

In vacanza a Budapest (specie con bambini e famiglia) divertitevi ad andare alla ricerca delle ministatue in giro per la città con l’altra Budapest

Arma di Seduzione (di massa)

Largamente consigliate due mostre a Novembre a Budapest. 1 – Arma di seduzione di massa – la moda, gli stili, i vestiti

In viaggio a Budapest per chi ama l’arte, per chi ha pochi soldi, per chi ama gironzolare per la città e seguire i pin che si è appuntato sul google maps, per chi mi chiede dov’è che possiamo andare per vedere la via delle Gallerie d’Arte.. A Novembre l’altra Budapest consiglia due mostre in due gallerie (quindi gratuite n.d.e.) molto diverse tra loro perchè la vita (e l’arte) è bella perchè è varia…

mostre Budapest novembre
Perslmutter Izsak @Nèpszava

la prima Galleria è semplicemente la galleria più importante d’Ungheria, Kieselbach, quasi all’inizio del ponte Margherita, vicinissima al Danubio, lì nella città interna a due passi dal maestoso cupolone del Parlamento.

La Galleria Kieselbach ospita nelle sue eleganti sale colorate la mostra intitolata “Arma di seduzione” e piu in piccolo “le mode, gli stili, gli abiti” che diventano elementi chiave dei quadri dei grandi pittori della mitteleuropa e ne descrivono oltre un secolo di culture e storia..

Si parte da ariose sottane rosa dell’ottocento di dame vanitose accoccolate su prati impressionisti a dandy in gessato bianco e dark lady col bocchino e i capelli cortissimi corvini e impomatati anni ’30, e si passa per le giacche patchwork di Izsàk Perlmutter (il pittore ancora nn lo sapeva, ma la sua casa diventerà “la casa del terrore” nei decenni a venire) alla giovinezza nazionalista delle ragazze in costumi tradizionali.

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la mostra è visitabile presso la Galleria Kieselbach, Szent Istvan Korut 5, tutti i giorni (anche il lunedì quindi!) dalle 10 alle 18, fino al 24 novembre

C’è una sala tematica dedicata ai cappelli: bombette, borsalino, tuba, cappelli piumati, donne sensuali col basco amaranto e pittori in paglietta, ma la chicca è la penultima sala, dedicata al potere e alla comunicazione del potere negli abiti di stato: un ritratto in alta uniforme azzurra di Francesco Giuseppe autore Fülöp László, il ritrattista dei potenti della terra di inizio ‘900 (fece un ritratto anche della futura regina elisabetta di Inghilterra bambina e sposò la figlia di Arthur Guinness quello della birra, innamorati quando ancora nn era famoso, ce ne volle per convincere il padre di lei).

Accanto a Francesco Giuseppe si impone un enorme e severo ritratto di Horthy Miklos, il reggente ungherese uomo forte del regime nel periodo interbellico, in divisa da ammiraglio di marina, guanti bianchi, sciabola, fascia rossa, una mitragliata di medaglie e patacche sul petto come il giubbotto jeans di un metallaro degli anni ’80. Di fronte ecco l’incredibile trasformazione dei vestiti del potere in pochi anni, un ritratto di Matyas Rakosi, segretario del partitocomunista nel periodo stalinista, con un abito scuro, anonimo e di cattiva sartoria, di quando il potere voleva identificarsi col popolo. (visita la Budapest comunista!)

Horthy Miklos - Mihalovits Miklos - 1943
Horthy Miklos – Mihalovits Miklos – 1943
mostre budapest Kieselbach Rakosi regime
Ritratto di Matyas Rakosi – Por Bertalan – 1952 –Lezione di disegno tecnico – Csabai Miklos – 1954

Con Rakosi sono esposti veri capolavori socialisti degli anni 50: una meravigliosa tela dal titolo “Lezione di disegno tecnico” con professori biondi e sorridenti e studenti felici in divisa blu, i piccoli pionieri in camicia bianca e fazzoleto rosso al collo e feste di ferrovieri… che nell’ultima sala diventano le donne esili in pantaloni a zampa di elefante, jeans attillati, camicie a fiori e occhiali d’osso degli anni 70 di Czene Bela, la moda è quella occidentale, l’aria malinconica, la perenne sigaretta in bocca a un tavolino di un caffè del korut (il grande viale) di Budapest dai pavimenti a scacchi bianchi e neri…

Il rosso e il Nero - Czene Bela - 1971
Il Rosso e il Nero – Czene Bela – 1971

Il perenne sigaro in mano invece, mentre si gratta il capo alla ricerca della soluzione, ce l’ha la statua del tenente Colombo, lì, proprio all’uscita della galleria (dal 2014, all’inizio di via Miksa Falk, secondo la leggenda metropolitana bisnonno magiaro di Peter Falk, l’attore del mitico tenente).. e da giugno scorso, a un metro di distanza è spuntata una mini statua in bronzo, un 15 cm di lunghezza, di difficile interpretazione, (che sarà mai) ma a ben guardare è uno scoiattolo, riverso a terra, con una pistola fumante ancora in mano, la sagoma del corpo tracciata dalla scientifica sulla scena del delitto, un caso molto delicato per il tenente Colombo…

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Alla corte del pascià di Buda

sulla collina delle rose al mausoleo di Gül Baba, nel cuore della vecchia Budapest ottomana e con i panorami più romantici che Budapest possa offrire (e sono tanti)

la Budapest ottomana e i panorami di Budapest

Ciottoli e sanpietrini, onde e smottamenti, gibbosa e ripidissima, ci son venuti la settimana scorsa persino importanti capi di stato, ma via Gül Baba è rimasta quasi come prima, ora è solo più bianca e assolata, sempre qui appena dietro il ponte Margherita a collegare via del Turco, via della Moschea e via del Turbante: siamo assolutamente fuori dal tempo, qui i secoli nn sono passati, nn si è visto né Francesco Giuseppe, né i carri armati del 56, è rimasta la Budapest ottomana dei pascià, dei minareti e dei dervisci..

 

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In cima ci aspetta il musoleo, una sorta di terrazza protesa sula città, torrette, porticati, candidi muri e torri di mattoni rossi, e tante aiuole di enormi rose bianche gialle e rosse. la vista è meravigliosa equalcuno parla già di di nuovo angolo degli innamorati di Budapest

Questa Budapest ha un cuore mistico, all’interno di queste vie nasconde il mausoleo di Gül Baba, mistico, sufi ottomano, morto secondo la leggenda pochi giorni dopo la conquista di Buda da parte dei turchi, si dice a causa di un’orgia derviscica per festeggiare la presa della città, lo stesso nuovo pascià di Buda ne portò a spalla il feretro. Per raggiungerla bisogna girare a destra all’improvviso e salire ancora pù in alto, ma la fatica è ricompensata dalla vista che si apre a ogni gradino che facciamo.. Ho proposto di salir quassopra come piccolissima deviazione del tour Budapest classica o quasi sulla rotta tra il parlamento, il pranzo e la collina del castello di Buda ad Antonella e le figlie che han detto perchè no, e ora ecco a ogni passo spuntare dai tetti, manco fossimo a Parigi in un’opera di Puccini) i grandi monumenti di Budapest .. ecco il bianco parlamento neogotico, la torre dell’acqua dell’isola Margherita, i ponti, il palazzo Palatinus e Ujlipotvàros, il quartiere anni 20 accanto al ponte Margherita, le cupole del palazzo reale e la statua della libertà lè in fondo, i riflessi argentei della Duna arena, lo stadio del nuoto teatro dei mondiali 2017.  

colonnato del monastero di gul baba a Budapest

Gül, in turco significa “rosa”, Baba, pensate un po’ padre, papà, Gül Baba suona come papà rosa (nell’Ungheria di inizio 900 comparve pure un’operetta e relativo film con cartellone una sorta di babbo natale gioioso barba bianca che cura un roseto stupendo mentre con una mano si tiene un’anca dolorante), ma è un padre religioso e la rosa che per noi impersona amore e spose, per i turchi è il fiore simbolo del profeta Maometto e dei suoi mistici, l’acqua di rose si utilizza insieme all’incenso nelle cerimonie sacre, con accompagnamento di strumenti a percussione, flauti, liuti a tre doppie corde..

 

Liuti, turbanti, descrizioni e stampe della Budapest ottomana li vediamo nel bellissimo museo (finora gratuito) nel porticato sotto la terrazza, i vecchi sotterranei del monastero dei dervisci che sorse attorno alla tomba del maestro papà delle rose..

Del monastero è rimasta la pianta, il piccolo cimitero con le tombe dei grandi maestri, ognuna col suo turbante di pietra, e (non ancora accessibile) il santuario di forma ottagonale (come le vasche delle quattro terme ottomane della città) in pietra intagliata. Si intravede solo attraverso i vetri il grande feretro verde, quasi Napoleone. Qui c’era Erdogan la settimana scorsa, tra ingentissime misure di sicurezza, a inaugurare il complesso così ben restaurato dal governo turco. Nn ce ne siamo accorti ma è tutto territorio della Repubblica di Turchia, è il luogo sacro più settentrionale dell’islam, si veniva anche qui in sostituzione del pellegrinaggio alla Mecca. Nell’Ungheria che costruisce muri antimigranti ed è fiera di essere argine del’europa cristiana contro la valanga musulmana, nn sorprenda trovare un luogo del genere stupendamente restaurato, è solo politica boys, è uno dei grandi simboli della comune visione politica (non commento) tra Orban e il nuovo sultano.  

 

 

Poi è quasi naturale proseguire il tour incamminandoci come un po’ a zonzo per la collina (delle rose, ovvio) che è sempre stata la collina delle persone che contano, qui c’è la residenza privata di Eichmann e la villa di Kadar (il leader del socialismo ungherese per 30 anni), la villa del’ex primo ministro Gyurcsany (Orban invece appena può torna a Felcsut, la sua Arcore) e delle stupende ville liberty e neobarocche appena nascoste dietro queste eleganti vie fiancheggiate da alberi dalle foglie gialle e rosse, tutte ville con la storia pazzesca dell’Ungheria del 900.

come all’improvviso ci spunta davanti la bandiera italiana, su un bel pennone, davanti alla residenza del nostro ambasciatore a Budapest, è da qui che prendiamo l’autobus per tornare indietro alla grande città. Nelle orecchie ci fischia una canzone di Battiato

 

 

Per un tuffo dentro la Budapest all’epoca dell’impero ottomano  o per la visita di Budapest che più gradisci affidati a l’altra Budapest e contattami pure.

 

(S)realismo Socialista, quando il reale era virtuale in mostra (gratis) a Budapest.

In una piccola mostra gratuita in un teatro Bauhaus il realismo socialista, come specchio per interpetare l’Ungheria di oggi

Come guida del tour Budapest comunista non posso che consigliare su queste pagine virtuali la mostra (S)realismo nella galleria del Teatro Atrium, Margit korut 55, a due passi da piazza Szell Kalman, uno dei punti per raggiungere il quartiere del castello di Buda dai piedi della collina…

il teatro di per sé è un gioiellino del Bauhaus magiaro, con i suoi pavimenti a scacchi come in un film di ejzenstein, le vecchie porte a battente e i rossi e arancioni di arredamento, il bancone del bar enorme e le prospettive da cinema anni 40..

Il Realismo socialista: Socialista come le figure possenti, muscolose, squadrate e senza tempo dell’uomo nuovo socialista, Realista come la realtà del popolo ungherese che doveva rappresentare.

e le mostre gratuite che ospita nella sua galleria son chicche da non perdersi, come questa mostra (dal titolo lo ripeto “S-realismo”) che espone opere (d’arte) dei decenni 50-60, quando lo stile di regime era il Realismo socialista:

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La mostra è curata dal geniale e osteggiato dal regime (pardon mi è scappata) regista teatrale Alfoldi Robert (controcorrente, gay dichiarato, ex direttore del teatro nazionale Ungherese, il teatro più prestigioso del paese, dal quale è stato allontanato con dubbie manovre).

Sue le parole di presentazione, che qui sotto traduco più o meno alla lettera e che vogliono dire: per capire questi tempi odierni di partito unico di governo (l’Ungheria ha da 3 legislature un unico partito al governo con più dei 2/3 dei seggi in parlamento da solo) rivolgiamo lo sguardo al recente passato.

Sotto il partito unico dal pensiero unico si può fare arte? E la realtà che ci viene mostrata nei media di governo o sui social è reale, realistica o virtuale e chi ne è artefice è artista?

La risposta è nel lascito di Verdi nel finale del Falstaff: tutto al mondo è arte (della finzione).

Sono i tempi del partito unico. Come Pierino può immaginare. E nn lo ha immaginato Pierino, purtroppo. Una raffigurazione specificatamente realistica della realtà. La realtà, come se non fosse realtà. La realtà come realtà immaginata. Realtà come realtà socialista. Ovvero una realtà inventata e cesellata di ferro e di fuoco. Ovvero non realtà. Bensì idea. Idea dolorosa e aggressiva. Usando le parole d’oggi: una realtà virtuale. E in questo specchio, queste opere d’arte esistono per davvero? Si, come opere d’arte. Socialismo e realismo. S-realismo. Opere d’arte, di questi tempi del partito unico. eppure opere d’arte.” (Alföldi Robert)

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Budapest si fa bella

100 Kg di pigmenti, 5,5 Kg d’oro, 2500m2 di pareti restaurate… praticamente una basilica dentro un museo.. dopo 2 anni di lavoro di oltre 70 restauratori riapre al pubblico dopo 70 anni (si, chiuso dalla fine della guerra, la seconda guerra mondiale) il padiglione Romano del Museo di Belle Arti di Budapest.
Sarà visitabile gratuitamente dal 15 marzo al 1 Aprile (chè l’8 poi si vota). Approfittatene gente… (guardate qui che splendore nel video di presentazione)

il padiglione romano del museo di belle arti di Budapest gratis a marzo

vecchio padiglione romano del museo di belle arti di Budapest

Chiuso dal 2015, la riapertura dell’intero museo è prevista per il 25 ottobre di quest’anno. I piani di ampliamento con le nuove ali sotterranee sono tramontati (politica), ma comunque come in tutti i grandi musei europei la superficie espositiva aumenterà e di tanto, circa 2000 m2: oltre al padiglione romano il museo si arricchirà della sala Michengelo e della sala Schickedanz (l’architetto)..

Il turista in visita a Budapest tornerà quindi a poter gironzolare per l’incredibile sezione egizia, di quando l’Ungheria era in prima fila nelle grandi spedizioni archeologiche di fine ottocento barra inizio novecento; la guida turistica barese di Budapest potrà mostrare i reperti di Canosa di Puglia nella successiva parte preromanica, si potrà ammirare l’allora seminascosta sala di pittura olandese, gli assurdi particolari di Bruegel (la predicazione di San Giovanni Battista) il gioiellino del museo è poi la sala spagnola, il Gesù nell’orto degli ulivi di el Greco (protagonista di un mio storico post) e l’Acquaiola di Goya, c’è un Raffaello (la Madonna eszterhazi, rubato negli anni ’80 e ritrovato guarda un po’ dai nostri carabinieri italiani), e poi ancora Durer, Tintoretto, Lorenzo Lotto, l’arte tedesca che qui è un po’ di casa, e per l’amore delle signore gli impressionisti dai lottatori di Coubert a Manet, Monet, Pissarro, i postimpressionisti Gauguin e Pierre Bonnard, e il 900 con la Veronika di Kokoschka, Severini fino ovviamente a Guttuso..

Insomma il museo più bello di Budapest riaprirà le sue porte (con questa gustosa anteprima) e siam tutti contenti..

Gli amori del giovane Attila

In giro con Ada, fotografa triestina, sulle orme del grande poeta Jozséf Attila..

La sala sarà sì e no 25 m2, è la sala di un museo, anzi un piccolo museo, e i piccoli musei sono sempre una delle cose più interessanti da vedere in una città, per scoprirne il cuore e l’anima.. 25m2 interattivi, di concezione moderna; davanti a noi c’è come un pozzo luminoso da cui spuntano in cerchio i volti di 7 donne, tutti amori infelici di Jozsef Attila, grande poeta ungherese degli anni ’30 morto suicida per amore dell’ultima, Flora, e questo è il museo che Budapest gli dedica, qui nella sua casa natale.

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gli amori di Jozsef Attila

Sulle pareti del museo, i manoscritti delle sue poesie: sono dure, struggenti e toccano il cuore di donne intelligenti e sensibili come Ada, fotografa di Trieste, che dedica al sommo poeta il suo prossimo progetto fotografico e che l’altra Budapest guida in giro peBudapest per due mezze giornate in un tour su misura insolito e affascinante.

Il giovane Attila crebbe sensibile, intelligente, una penna bellissima e un gran talento per il ritmo e l’incisività della poesia, lui magro come un chiodo e con grandi carenze di affetto che tentò di colmare innamorandosi sempre delle donne sbagliate, di buona famiglia e già impegnate, queste magnifiche sette qua di fronte. Il padre era un umile fabbricante di sapone che lasciò subito la famiglia, la madre faceva la donna della pulizie, rimase sola 3 figli, la povertà era tale che cambiarono 24 case in 15 anni, tutte qui a Ferencvàros, il nono distretto della città, allora un grande quartiere industriale.

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Jozsef Attla lakotelep

La seconda tappa è nella parte alta del quartiere, distante poche fermate di metro, lungo la linea blu, una metro decadente (ma ancora per poco) con le sue splendide poltroncine arancioni e rosse anni ’70, scediamo a via dei Pois, che è la porta di accesso al Jozsef Attila lakotelep, il quartiere di edilizia popolare a lui dedicato, casermoni ora colorati, grandi platani, un caffè in un baretto dove ancora sorridono emozionati a vedere uno straniero e con l’arcobaleno che spunta tra i palazzoni. Attila è famoso per le poesie d’amore, ma aveva diretto riviste di sinistra ed era stato membro del partito comunista ungherese e il regime socialista di quando il paese finì oltre la cortina di ferro ne fece eroe e voce dei poveri.

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Danubio (foto Ada Mandic)

Gli si dedicarono scuole, quartieri e una statua vicino al parlamento: Attila col cappello tra le mani, gambe larghe a fissare il Danubio che scorre come scorresse dal mio cuore così era il Danubio, rumoroso, saggio e grande”, (Accanto al Danubio). Mentre un Attila con i capelli arruffati, scattante, le braccia quasi a roteare strette attorno al corpo ci aspetta invece al centro di piazza Liszt Ferenc, vicino all’omonima Accademia di Musica e al Negozio degli Scrittori che negli anni ’30 era il caffè letterario Japan, con i rami di bambù dipinti sulle pareti, una parte della sua Budapest..

Poi Jozsef Attila morì suicida, gettandosi sotto un treno sul lungoBalaton, il museo conserva incorniciate alla fine del percorso le lettere che scrisse prima del tragico gesto tra cui: una lunga e circostanziata destinata al suo analista; una stringatissima del tipo ‘ti ricordo con affetto, saluti, Attila’ a Judit, la sua relazione più lunga sei anni difficili e tormentati; e infine l’ultima a Flora, psicanalista, e frequentatrice del circolo degli scrittori, qualche foto ritrae Attila, Flora e il compagno di Flora, lo scrittore Illyès Gyula, che divenne poi lo scrittore del regime, e queste foto di tutti e 3 in giro per caffè e picnic con lui a regger la candela son tristi.

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lettere di addio di Jozsef Attila (foto: Ada Mandic)

La direttrice del museo è stata prodiga di consigli, ci confida che lei ha lavorato per anni con Flora in un’ente pedagogico e quindi l’ha conosciuta bene, Flora era il suo capo, era una donna splendida, gentilissima e sempre disponibile, ma che si irrigidiva e chiudeva a riccio al solo nominare Jozsef Attila. La lettera nota equi esposta è solo una parte di quella realmente scritta e lei le altre parti non le ha mai rese pubbliche.

la tomba di Flora a Budapest, l'ultima amante di Jozsef Attila

Flora è sepolta a Farkasreti, il cimitero di Buda poco oltre lo Sashegy, la collina dell’Aquila; è sepolta insieme al marito, Illyès Gyula, una tomba seminascosta, ma vicinissima all’ingresso, la luce del mattino è perfetta per le foto. La tomba di Attila, invece è nel cimitero monumentale, lui nn ha avuto pace neanche dopo il tragico gesto e questa è il quarto luogo dove han spostato le sue spoglie.. riposa accanto ai famigliari ora, dal 1994, di ritorno dal mausoleo del movimento operaio, sotto una piccola lastra di marmo e la nuda terra, una sua poesia come conficcata al suolo con uno dei suoi ultimi versi…

ecco, ho trovato la Terra,

dove il mio nome verrà scritto, su di me,

senza errori, da chi mi seppellirà,

se qualcuno lo farà..

(Ime, hát megleltem hazámat, / a földet, ahol nevemet / hibátlanul irják fölébem, / ha eltemet, ki eltemet..)

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(foto Ada Mandic)

qualche poesia di jozsef attila qui..

Se hai una passione particolare legata a Budapest o vuoi seguire un tuo percorso de cuore qui in città che siano gli amori di Jozsef Attila qui citati o la Budapest della rivoluzione di Pierre e Mattia contattami, sarà un piacere organizzare un tour di Budapet su misura..