Carri armati nella Basilica di Santo Stefano (dipinti dalla luce)

Può capitare di gironzolare in giro per il centro di Budapest e sentir cadere le bombe, e poi gran frastuono e lampi di luce, voltare per piazza Santo Stefano e vedere un carro armato sovietico uscire dalla basilica, guardarsi attorno, puntare il cannone verso di te.., ok il carroarmato è solo disegnato dai laser sulla facciata e il rumor di bombe aveva i bassi un po’ troppo pompati, ma i disegni di luce sulla Basilica di Santo Stefano son spettacolari. ieri era 4 dicembre, il giorno in cui Budapest ricorda l’arrivo dei carri armati sovietici che soffocarono nel sangue il grido di libertà del popolo magiaro. finì così la rivoluzione del ’56, ma le vite dei ragazzi di Pest non sono state spese invano, come dice la scritta finale ……

“Laddove non si dimenticano gli eroi, ne nasceranno sempre di nuovi”

 

 

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Le “orecchie” di maiale: a Budapest lo street food è una vera grande esperienza

street food budapest tour gastronomico cotolette

“Si possono avere mezze porzioni?” …  “o almeno fette più piccole?” ..  la signora prima di noi almeno ci prova, ma il cuoco si asciuga il sudore, sorride e poi fa di no con la testa, c’è solo un taglio di carne possibile, poi solleva con due mani, da un bordo, con pollice e indice a mo di pinze, una enorme cotoletta di maiale, la appoggia sulla bilancia (per la cronaca segna 750 grammi) e poi su un piatto che sembra già ricolmo di patatine e cipolle fritte. “Ecco a lei, vuole altro?” la signora sospira..

Un giro gastronomico di Budapest se il viaggiatore ha un po’ di spirito d’avventura e un buono stomaco deve far tappa (anche) qui, in questa piazzetta di periferia, tra le roulotte del mercato dove tra il camioncino dei sottaceti e la macelleria, c’è questa piccola cucina con le “orecchie di maiale”, le cotolettone, le più famose della città (ma bisogna chieder bene in giro..).

In teoria avrebbe un’offerta completa di piatti ungheresi da cucina casalinga magiara ma qui vengon quasi tutti per queste cotolette, e anche noi ovvio; il cuoco ci guarda, ascolta l’ordinazione (la solita) poi prende un piattino piccolo e lo immerge in una grande vasca alle sue spalle, il piattino riemerge per riempire di patatine e cipolle a mo’ di cucchiaione un piatto grande. La cotoletta che ci troneggerà sopra è comunque più grande e di parecchio del diametro del piatto. “Gradite altro?” sembra una domanda retorica ma è piacevolmente meravigliato quando chiediamo cetriolini sottaceto (il contorno classico sui fritti, ce ne dà solo uno, enorme e succulento) e insalata di verza (e cumino). Da bere ovviamente bicchieroni di szoda, l’acqua minerale frizzantissima ungherese.

Ci sono i tavolini di plastica fuori, praticamente in mezzo al mercato, tutti occupati, e allora si prendono delle sedie e ci si appoggia a un banco del mercato ormai vuoto.. gli ungheresi attorno a noi approvano, ci sono gruppi di amici (oh come si vede che vengon qui da anni tutti insieme i venerdì a mangiare sta delizia) e coppie con lei che ha optato per una zuppa di carne rossa e lui bicipiti in bella vista che procede spedito e sicuro di se con la sua cotolettona.

Un tipo con la una maglietta smanicata, la bandana e i baffi bianchi, si stacca dalla sua tavolata di amici e ci chiede se vogliamo una foto, ce la fa lui.. la foto esce bene, è simpatico, qui siamo in un distretto in cui il turista a Budapest lo vedono raramente, gli sorridono e gli dicono grazie di essere venuto qui.

infine si infila tutto in un bustone di nylon che ti danno alla cassa (6 centesimi di euro) per portarti con te i 2/3 del maiale che nn sei riuscito a mangiare. ( io in genere ci mangio 3 giorni)

15 min di bus e si è quasi in centro, ora è il momento di un caffè, magari in una sala elegante di fine secolo o un posto fumoso anni 70..

Questo e altro nel tour gastronomico dell’altra Budapest, buon appetito!

in viaggio all’isola della Lupa (seconda parte)

 

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Ce ne stiamo tutti pigri ai tavolacci di ebihal (il girino), il bar sul molo del fiume, con una birra in mano, la tovaglia a quadretti, senza alcuna fretta. Tutti quelli che vengono prima si prendono qualcosa da bere, poi quando capita, Jani, col suo fido cagnolino al fianco, ci porterà con dall’altra parte, sull’isola della Lupa. Sembra una lentissima scena di un film di Tarr Bela. Jani canottiera color carne e occhiali da sole da Miami Vice vive qui, la TV è perennemente accesa, uno dei nipoti, un bambino biondo dallo sguardo di adulto, è al tavolo davanti a noi e guarda sul tablet qualcosa in russo.

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Arriva una famiglia, benestante, il bambino sgambetta nel bugigattolo dove c’è il frigo e il banco della birra alla spina, guarda verso i tavoli, poi esclama con la voce dell’innocenza: papà, Megjottek a vèn parasztok. “sono arrivati i vecchi burini” (non è proprio un complimento). Il padre con pinocchietti e muscoli da palestra in vista lo afferra per il collo, lo porta al tavolo e gli fa una ramanzina coi fiocchi. Nessuno reagisce, la madre intanto prende dal banco due birre in lattina, un paio di wurstel, pane e mostarda, Li avevo presi anch’io, sono buonissimi, leggermente piccanti e comunque l’unica cosa da mangiare qui, si può scegliere tra virsli (i wurstel viennesi, lunghi e sottili) e debreceni (i wurstel ungheresi, prendono il nome dalla città di Debrecen, cicciotti e rossi per la paprika dolce nell’impasto).

lupaDavanti a noi lo sguardo nn può che vagare sull’isola della Lupa, verde, canneti, castagni, le ville tutte Bauhaus anni ’30 su colonne di cemento, come palafitte, gambe per reggere la piena del fiume, non è raro in ungheria. All’isola si arriva solo in barca (e se c’è l’acqua alta neanche quella), da questo posto senza tempo, con la barca arriva il cibo, e in città, più i mobili Ikea, il postino, l’auto non serve, anche perchè nn ci sono strade sull’isola, ma qui accanto al molo in mezzo agli alberi ci sono una decina di macchine, ma chi ha fretta raggiunge la terrafema con un motoscafo privato o un kayak, che è più pratico, manco fosse una bicicletta.

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Vista di qua l’isola della Lupa sembra inavvicinabile, protetta dal fiume e dall’umore di Jani e in effetti un vecchio blog magiaro lo identifica come una delle tre persone da conoscere qui, insieme a Jozsi, il muratore, giardiniere tuttofare e Zoli, il gestore del (unico) bar sull’isola. Se fossi in Jani chiederei a tutti quelli che non hanno una faccia insolita chi siete cosa volete dove andate, che cosa andate a fare sull’isola. Per fortuna non lo chiede e non serve la risposta che mi ero preparato, che era legata al cibo. Ma avrei guardato con gli occhi bassi, la verità è che non ho scelto l’isola a caso: sono sulle tracce di uno degli uomini più potenti del nostro tempo, su quest’isola è nato e ha vissuto gli anni della giovinezza colui indicato dai governi di mezzo mondo (in primis l’Ungheria) come il capo delle forze capitaliste e liberiste, che sostiene ONG sospette che vogliono il male del loro paese, uno degli uomini più ricchi e potenti al mondo, il finanziere e filantropo americano di origine ungherese George Soros.

 

Che fosse un’isola esclusiva era fuor di dubbio. L’isola della Lupa è stata rifugio dell’alta borghesia, spesso ebraica, fin dall’inizio, da quando nel ’33 costruirono la torre dell’acqua e iniziò a essere abitata stabilmente e gli abitanti di oggi sono spesso gli stessi abitanti di un tempo, le stesse case, la stessa associazione degli abitanti. esclusiva, come le zone circostanti: Szentendre, i villaggi svevi sulle colline sopra Buda, i condomini borghesi di Bekasmegyer. Tra le ville Bauhaus ci sono progetti di architetti del calibro di Forbat Alfred, Korner Jozsef; una poi era direttamente la casa vacanze del grande Lajos Kozma, l’architetto erede di Lechner e Lajta, l’autore di “De neue Haus”, spicca per gli infissi rossi e il terrazzo elevato direttamente sull’acqua.

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Dall’interno l’isola è ancora più piccola di quanto credevo, solo una ventina di case, quasi tutte lungo la riva che guarda Buda, sull’altra sponda prati e sole, un unico sentiero interno tra i platani, ad una estremità una piccola cappella e una solitaria panca tra gli alberi sulla riva, per vedere ancora più lontano. Un paio di case sono in vendita, 30 m2, su due piani, e un piccolo lotto di terra a 100.000 euro, da ristrutturare. Regna un grande silenzio. Nel mezzo dell’isola il centro della vita sociale con i cartelli dei piccoli annunci è ovviamente il bar, anch’esso sopraelevato: qui tutto è rimasto come 50 anni fa, specchi, bilancia, macchina da caffè. In TV ci si ferma sulla replica del Galvolgyi show, il divertente Benny Hill ungherese degli anni 90. Lo vediamo per un po’ insieme a Zoli il proprietario. Di Soros neanche l’ombra. Mangiamo ancora wurstel, succulenti, e anche qui l’unica alternativa, ma il weekend prepara anche altro. L’unica nota borghese (oltre allo snobismo di lasciar tutto cosi) qui nella bettola è la birra rossa ceca alla spina. Il bar funge anche da piccolo spaccio: sale anche una vecchina elegante e compra mezzochilo di pane, ci sono anche latte, uova e verza.

 

DSCN4351Ufficialmente l’isola ha 87 anni, proprio come Soros, la sua biografia non ufficiale parla del padre, inguaribilmente pigro, che la mattina aspettava fino all’ultimo momento per alzarsi dal letto e saltare sulla barca, si faceva la barba lì, per dormire un po’ di più”. Soros ha vissuto qua fino al ’45, poi a 18 anni è andato a Londra, aveva gli affari nel sangue: “all’età di 10 anni, pubblicava un giornale che aveva chiamato Lupa Horshina, the Lupa Trumpet. Gli articoli li scriveva tutti lui e per due estati ha venduto il giornale alle famiglie dell’isola della lupa per un piccolo compenso, quando credeva in qualcosa la difendeva fino alla fine. Aveva un carattere forte e dominante“. probabilmente assomigliava al bambino che avevo davanti, già adulto, sulle sue, con lo sguardo intelligente che ci guarda curioso anche quando torniamo.

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(fine seconda parte)

in viaggio all’isola della Lupa

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Per un po’ mi addormento sotto un albero, all’ombra sulle rive del fiume, che qui scorre placido e lento tra i boschi. Sono steso sulla ghiaia, mi svegliano due uccelli acquatici che neanche conosco, manco fossi Tom Sawyer sul Mississippi. Cerco Huck, che qui si chiamerebbe forse Zoli. Il fiume è il Danubio e qui sono appena appena fuori dai confini di Budapest. Ovviamente mi sono perso. Eppure sono sceso alla fermata giusta, sotto dei palazzoni socialisti, ho trovato la scorciatoia e costeggiato il fiume, col ponte in lontananza, bianco e moderno, il Megyeri hid.. l’ottavo ponte, come l’ottavo nano, non il ponte Margherita o le Catene, no, quello che vedi solo dal punto più alto del Bastione dei pescatori, se il cielo è particolarmente terso e sai dove guardare. Poi diventa un sentiero nel bosco, e in un bosco, si sa, ci si perde.

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La verità è che mi sono perso perchè da googlemaps mi aspettavo un ponticello, e invece c’è solo un traghetto, ed ero fuori stagione, ho superato il molo scalcagnato e ho proseguito incurante. È stata la mia fortuna, perdersi aiuta a ritrovarsi, alla fine il bosco l’ho attraversato tutto fino ad arrivare in una radura assolatissima, ai margini del Banyatò, che alla lettera vuol dire il lago della miniera, uno specchio d’acqua artificiale perfettamente squadrato, negli anni del socialismo era l’oasi della subcultura hippy, nudista e Goa della capitale e che l’anno scorso è stato rilevato qualcuno di importante ed è diventato un lido per VIP, roba extralusso. Solo cosi son ritornato sui miei passi e ho deciso di riposarmi sotto il primo albero lungo la riva, che tra un po’ si riparte verso la meta che mi ero prefissato: l’isola della Lupa, a Budapest. Non c’entra la Roma, Lupa è la storpiatura amichevole del nome dei primi proprietari, gli eredi di Peter Luppa. L’isola della Lupa è la piccola isola verdissima (neanche 800 metri da un capo all’altro) di castagni, platani e casette anni ’30 Bauhaus tra l’isola dei cantieri navali, quella subito dopo l’isola Margherita, quella dove tra pochi giorni si aprirà il più grande festival musicale d’europa, così grande che persino l’ambasciata d’Italia avrà un suo stand (?) in quella che è stata chiamata l’area ONG (Oh my god) e Szentendre, il paesino degli esuli serbi appena sopra Budapest.

È ormai tardopomeriggio però alla fine decido di rimandare al giorno dopo e di familiarizzare con le tante creature dei boschi che ho visto lungo la strada, meglio averle come amiche. Sono alte anche qualche metro, bocche grandi, arti flessuosi, e cuori duri come la pietra. Sono le figure del Kőkert, “il giardino di pietra” le creazioni di un artista locale, Kanya Tamàs, che da quando era bambino bazzica questo lungofiume, riconosce in un tronco o in un intrico di rami una forma antropomorfa e la libera creandole le parti mancanti. Sono bellissime e sembra davvero di essere in un bosco incantato di un film fantasy anni 90. Qualcuno gli ha spiegato che si chiama arte, arte della terra, landart, l’opposto dell’arte incasellata nei musei ed estranea alla natura, e lo cita un po’ esterrefatto nelle interviste. È un’arte fatta di alberi, pietre, foglie, paglia, al primo temporale o vento impetuoso o all’alzarsi del livello del fiume le opere d’arte saranno spazzate via da altri fenomeni naturali, le creature torneranno a nascondersi e a riproporsi in altri vesti e forme a cui lui darà vita. Finalmente capisco il signifato dell’epigrafe sulla tomba di Keats al cimitero acattolico di Roma: “il cui nome era scritto nell’acqua“.

Fine prima parte

Tour guidati , alternativi e non, a Budapest con l’altra Budapest

Altri 100 buoni motivi per visitare Budapest

Arriva a Budapest il bus n.100. Il nuovo servizio di bus navetta aeroporto Deak tèr senza fermate intermedie..

DSCN3590.JPGArrivi all’aeroporto di Budapest per una breve vacanza in Ungheria o un lungo soggiorno con la famiglia o gli amici di sempre, i colleghi di lavoro o la tua amica che nn hai ancora presentato a nessuno e ti senti un po’ perduto, l’aeroporto che nn conosci e una lingua strana in cui accanto al simbolo ufficio oggetti smarriti non riconosci neanche lontanamente una parola. Hai stampato la prenotazione dell’hotel ma ora come raggiungerlo.. il taxi no, non costa un patrimonio ma nn hai ancora cambiato soldi e hai paura per la lingua, e poi i tassisti sono simpatici, col tuo inglese ci fai lunghe chiacchierate sul tempo ma qualcuno ci prova sempre a fregarti.. no meglio di no. Hai letto sui forum del taxi collettivo, lo storico minibud, i minivan a 10 posti che ti portano all’indirizzo che vuoi in città, ma sembra complicato almeno a districarti sui prezzi. Hai sempre sognato uno che ti aspetta col cartello agli arrivi col tuo nome scritto col pennarello e un giorno il sogno si avvererà.

Ma sei a Budapest, non sta a me giudicare i meriti eventuali del socialismo ungherese, ma una cosa buona l’ha pur lasciata e parlo ovviamente dell’efficientissima rete di trasporti pubblici di Budapest, una città nata e sviluppatasi nel 900 per muoversi senza macchina privata o quasi, fin dall’arrivo in aeroporto. E la tradizione continua anche nel 2017 con l’inaugurazione tra pochi giorni della nuova linea diretta di bus navetta della compagnia municipale, la BKK che collegherà l’aeroporto con piazza Deàk, Deak Ferenc tèr, diciamo col centro.

Comodissimo per i turisti: compri il biglietto a bordo, nn effettua fermate intermedie quindi niente domande sul dove e come scendere, e ti porta a Deak, più o meno dove la mappa che ti sei stampato da casa ti è già di aiuto. A Deak dove si incrociano le prime tre linee della metro di Budapest ed un punto della città molto vicino ai grandi hotel del centro (il Ritz, il Kempinski), gli hotel piu nuovi e accoglienti e quartiere ebraico (ARCadia hotel Budapest, Regency suites Hotel Budapest), o o popolarissimi King apartments Budapest e 7 seasons con i loro miniappartamenti superaccessoriati per turisti.

Facile arrivare al bus, l’aeroporto di Budapest, Ferihegy, intitolato a quel genio del virtuosismo che fu Franz Liszt, non è Fiumicino, né cosi grande né dispersivo, 10 metri oltre gli arrivi, appena fuori dalla porta girevole trovi il gabbiotto dove prenotare il taxi (e ti chiaman loro) o appena a destra la banchina degli autobus (niente a che vedere col caos anche di un aeroporto piccolino come Ciampino).

Il nuovo collegamento diretto costerà 900 fiorini (meno di 3 euro), sarà incluso nei vari abbonamenti disponibili per i mezzi pubblici di Budapest e gratis per tutti gli over 65, come un qualsiasi altro mezzo della BKK, avrà corse ogni mezz’ora dalle 4 del mattino alle 0.30 del giorno dopo, partirà l’8 Luglio, giusto in tempo per aiutare i turisti che arriveranno in città per gli imminenti mondiali di nuoto di Budapest 2017 (dal 14 al 30 luglio), il bus avrà un numero bello e facile da ricordare: 100.

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Se volete iniziare il viaggio con una piccola grande avventura l’altra Budapest direbbe anche che…

100 con è un numero a caso, il collegamento (coi mezzi pubblici) era già ovviamente attivo da sempre ed era e sarà ancora il mitico bus 200e, (e come espresso), che parte ogni 7 minuti (precisione magiara) e porta dall’aeroporto al capolinea della metro3 (linea blu). La metro 3 ha 16 km di binari, collega la periferia sud alla periferia nord della città, dalla piccola Pest (Kispest) alla Nuova Pest (Ujpest) e ti porta veramente dappertutto, incrocia le altre linee a Deak – linea1,2 -e a Kalvin tèr – lnea 4). Vi costerà anche la metà basta prendere il biglietto combinato (530 fiorini, anche al box della compagnia municipale, BKK, insegna viola, appena alla destra degli arrivi). Un consiglio se.volete fare la figura di quelli esperto e navigato fare.finta di nn sentire l’annuncio in inglese che vi intima di aspettare l’ultimissima fermata (Kobanya Kispest) e scendete alla penultima (Kobanya Kispest P+R). eviterete di passare per l’enorme centro commerciale in cui è stato inglobato il capolinea della metro3, vedrete il sole risplendere e farete meno strada, lungo il marciapiede una scaletta rossa vi porta direttamente ai vagoni della metro, con inclusa romantica vista sui binari e i treni che sferragliano sotto il ponticello. Vedrete anche la fine di un’epoca, la linea 3 è l’ultima di Budapest a non aver avuto una ristrutturazione e un ammodernamento dei mezzi (vi tralascio la polemica comune, governo, compagnia russa che ha vinto nn si sa come la commessa, Putin) e i mezzi sono dei vagoni blu, anni 70 made in USSR, il blu molto scolorito e un po’ di ruggine in qualche giuntura, e lo spirito di un’epoca. Per qualche mese ancora finché nn si mettono d’accordo, il viaggio a Budapest inizia con un breve viaggio nel passato..

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L’età dell’oro

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la città di Dis, Mirko Racki, 1906

dal mio pezzo sul giornale Danubio, la mostra da non perdere in questi mesi a Budapest. Il Padiglione dell’Arte di Budapest ospita una sontuosa mostra con alcune delle principali tele che hanno ritratto la storia, i paesaggi, gli uomini dell’ Austria-Ungheria nel corso dell’età dell’oro della mitteleuropa.

Grandi ritratti di Francesco Giuseppe e Sissi, sopra la grande scalinata bianca del Műcsarnok (il Padiglione dell’Arte), accolgono i visitatori della principale mostra di questo freddo inverno di Budapest. Inaugurato nel fatidico 1896, l’anno del Millennio, dei festeggiamenti per i mille anni dell’arrivo dei magiari in europa, il Műcsarnok,  è ed è stato da allora il maggior spazio espositivo cittadino di arte contemporanea, con il merito di assicurare visibilità  nazionale e internazionale a molti artisti ungheresi (a parte Munkácsy poco noti, eppure basta farsi un giro per le sale della Galleria Nazionale Ungherese per ammirare capolavori assoluti, siano assalti a castelli, campi di papaveri o velocità su tela) o provenienti dai vari angoli di un grande impero che contava nove gruppi nazionali e cinque religioni ufficiali.
La mostra dei 120 anni del Műcsarnok si allunga nello spazio e nel tempo, per 50 anni di arti figurative in Austria-Ungheria da Vienna a Cracovia, da Zagabria a Praga, si rivive quello che i tedeschi chiamano Zeitgeist, lo spirito del tempo: un’epoca lunga e di grandi cambiamenti tenuta insieme dalla figura di Francesco Giuseppe, che troneggia qui nella prima sala (e la mostra è stata inaugurata il 20 novembre, nel centenario della sua morte) con Sissi e accanto a loro con barba folta e giovane e poi incanutito il conte Gyula Andrássy. Per loro la cultura (in primis la pittura), rivestiva un ruolo essenziale verso la nazione ma anche nella loro vita privata, furono coloro che guidarono la Monarchia in quella che divenne l'”età dell’oro” di impressionante sviluppo sociale, verso la modernità, lasciando tracce nella cultura europea visibili anche oggi.

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Rejtan, la caduta dlla Polonia, Jan Matèjo 1866

 

I 3M
“L’età dell’oro” ospita più di 200 opere divise in ordine cronologico e grandi correnti pittoriche, iniziando con lo storicismo e le grandi tele dei cosidetti 3M: Hans Makart, Jan Matejko e Mihály  Munkácsy: le tre “grandi star” dell’ epoca. In parete gli eventi epocali per la regione:  la battaglia di Varna, Eugenio di Savoia nella battaglia di Zentacontroffensiva di Hunyádi a Belgrado e i due matrimoni con cui gli Asburgo annettono nel 1515 Polonia, Boemia e Ungheria. Lo storicismo afferma le rivendicazioni nazioni all’interno della Monarchia: come in Rejtan, la caduta della Polonia (1866), immortale tela di Matejko, in cui la tragedia morale della prima partizione polacca (1773) diventa  anche allegoria del presente.  Dall’altro lato dela sala appare Nikola Zrinski, eroe nazionale croato ed anche ungherese, che difende Szigetvár dagli ottomani; lo spirito nazionale croato rinasce per opera del pittore, storico dell’arte e politico  Izidor Kršnjavi, che propugnava la conquista della libertà attraverso la cultura

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Cavalli nella tempesta. Károly Lotz, 1867

Il ritratto della nazione
Il paesaggio diventa lo strumento per esaltare la nazione con la sua terra, le campagne e il popolo che le abita. Al suo ritorno da Vienna, è a questo genere che si dedica con passione il grande Károly Lotz, celebre per i suoi soffitti neoclassici come quello del Teatro dell’Opera di Budapest, ma maestro anche nel  ritrarre i paesaggi dell’Alföld, la terra bassa, la puszta ungherese, quasi quadri a memoria per le future generazioni urbane (ma una di queste tele abbellì per molti anni anche la  residenza estiva di Gödöllő degli Asburgo), tra chiaroscuri e giochi di luce, vediamo all’orizzonte l’alba o la tempesta che si avvicina,  metafora della turbolenza della storia magiara.  Emil  Schindler (austriaco, padre di Alma Mahler!) lavora, su invito del principe Rudolf, a parte dei ventiquattro volumi di La Monarchia Austroungarica in parole e immagini, qui è esposto I raccoglitori di patate accanto a I bambini che giocano e Interrogatorio di László Pataky, con una povera contadina che piange: descrivere un popolo vuol dire a descrivere le sue sofferenze.

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Sarah Bernhardt – Alfons Mucha

Fine secolo
Il canto del cigno dell’impero è la Secessione, qui rappresentata dalla sublime serie di Josef Maria Auchentaller per la stanza della musica dei signori Scheid, con i quattro movimenti della pastorale di Beethoven popolati di leggiadre muse velate, fino all’apparizione dell’angelo al termine della tempesta. Diventare nazione significava diventare europei, e la capitale culturale di finesecolo era Parigi, tappa obbligata per i giovani pittori della Monarchia: arriva nella mitteleuropa il simbolismo, con l’esaltazione del mondo degli istinti e dell’eros, i demoni del gruppo della  Młoda Polska (giovane Polonia) e gli splendidi manifesti in stile calligrafico di Mucha, per la grande Sarah Bernard, la diva dell’opera, e le sue illustrazioni della storia dei popoli slavi.
Il mondo che cambia è fatto di grandi città ed è intriso di inquietudine, Cracovia è sempre dipinta d’inverno, con gli alberi spogli lungo la salita del Wavel; i vicoli di Praga di Swabinsky e Schinkauer sono stretti e bui.
Rivendicare la nazione vuol dire far entrare la propria lingua nel grande alveo delle lingue europee: si traducono Shakespeare e Dante, di grande forza espressiva il Dante di Mirko Račkinak in la città di Dis (1906) illustrazione per la prima traduzione della Commedia in croato, con fiumi di lava bollente, teschi in cima a pali, quasi una Venezia rossa in un film con Tom Hancks.  Nella parte ungherese è esposto Nonna (1894), il primo grande successo parigino di Rippl Ronai, un intimismo che commuove. In un altro angolo della Monarchia, la Transilvania, allora magiara, ospitava la colonia di artisti di Nagybanya. Il grande esponente della prima generazione di questa scuola era Károly Ferenczi anche lui presente con uno dei suoi quadri più sigificativi: Sulla cima della collina (1901) quasi un “ritratto della natura”

I minatori in preghiera di Oszkar Glacz, ci ricordano che Nagybanya era anche una delle grandi città minerarie della Monarchia.

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Novecento
Il primo novecento vede i giovani artisti abbandonare il Műcsarnok, considerato troppo istituzionale. Nel 1906 scoppia la crisi politica in Ungheria e si rinnovano le tensioni antiasburgiche, con sussulti visibili anche nell’arte: ritorna il realismo, i temi sociali e la fatica dei campi, le proteste in fabbrica di Agitatori (1897) di Károly Kernstok (famoso anche per alcuni tra i più eleganti mosaici a vetro di Budapest) sconvolsero Francesco Giuseppe. Poi lo scoppio della Grande Guerra, che chiude l’epoca d’oro. Zemplényi dipinge con colori caldissmi contadini in silenzio inginocchiati nei campi che pregano per la pace.
Il Műcsarnok è a Budapest in piazza degli Eroi. La mostra è aperta fino al 12 marzo.

via L’età dell’oro — Danubio

In viaggio a Budapest vivi al meglio la città, visita le sue grandi mostre, partecipa a un tour classico o alternativo de l’altra Budapest

Notte di stelle. Placido Domingo in concerto a Budapest, gratis

—Breaking:il concerto è stato spostato al palzzetto dello sport, Papp LaszloArea Budapest (emeo male che piove e fa freddo..) —

Mercoledì 10 agosto l’appuntamento da non perdere per chi è in vacanza o semplicemente in giro per Budapest è alle 19.30 davanti alla Basilica di Santo Stefano, per il concerto in piazza, gratuito, di uno dei grandissimi della musica mondale: a esibirsi il tenore Placido Domingo, ormai 75enne, ma ancora in gran forma.

Saliranno con lui sul palco le giovani promesse Angel Blue e Micaela Oeste, usciti dalla fucina di Operalia, il grande concorso d’opera aperto ai giovani di tutto il mondo dai 18 ai 32 ani che Domingo stesso organizza dal 1993, e le stelline locali Polina Pasztircsak, soprano, e Varadi Gyula, violinista, vincitori del talent show ungherese legato alla musica classica, “Virtuosi”, uno dei segni più chiari di come tutta la musica sia amata qui in Ungheria, e io non la immaginerei una Maria de Filippi così.

Gli artisti saranno accompagnati dell’orchestra dell’Opera di Stato Ungherese, diretta da Eugene Kohn e avremo lo splendido scenario sella Basilica di Santo Stefano sullo sfondo, che altro volere di più..

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foto Ludo Catti

Si sentirà molto cantare in italiano, con Verdi e la Traviata in primis, che fa sempre piacere e orgoglio, e un po’ stupore di trovarsi lontano da casa e rendersi conto di come l’arte parli italiano, ma il programma, molto vario, prevede anche pezzi più vicini ai nostri giorni, con il musical West Side Story, e un omaggio all’Ungheria, e alla sua grandi tradizioni musicali, con famose canzoni di operetta, come il duetto romantico della Vedova allegra... E il gran finale sarà una cavalcata di musica spagnola, per dare un tocco di mediterraneo nella notte di Budapest..

Previsti solo posti in piedi, ma accorrette numerosi, se piove si canta in Basilica, e comunque saranno predisposti dei maxischermi nelle vie laterali al luogo del concerto.

Il programma completo è il seguente:

  • Berlioz: la maledizione di Faust – la marcia di Rákóczi
  • Giordano: André Chénier – Nemico della patria – aria di Gérard
  • Gounod: Romeo e Giulietta – Je veux vivre – valzkeringőf di Giulietta
  • Verdi: Traviata – Di Provenza il mar, il suol – aria di George Germont
  • Verdi: Traviata – Follie, follie….Sempre libera – aria di Violetta
  • Verdi: Traviata – Pura siccome un angelo – duetto di George Germont e Violetta
  • Verdi: Ernani – Surta è la notte…Ernani, involami – aria di Elvira
  • Verdi: Il trovatore – Udiste…Mira, di acerbe lagrime – duetto del conte Luna e di Leonora
  •     —- Intervallo —
  • Massenet: Thaïs – Meditazione
  • Rodgers: South Pacific – Some Enchanted Evening
  • Loewe: My Fair Lady – I Could Have Danced All Night
  • Bernstein: West Side Story – Tonight
  • Kálmán: la regina della csarda– Heia in den Bergen – ingresso di Sylvia
  • Lehár: La vedova allegra – Lippen schweigen – duetto di Danilo e Hanna
  • Erkel: Hunyadi László – overture
  • Torroba: Luisa Fernanda – En mi tierra Extremeña – duetto di Vidal e Luisa
  • Vives: La generala – La canción del arlequin
  • Sorozabal: Tabernera del puerto – No puede ser!

 

e se siete a Budapest e volete una guida privata tutta per voi appassionata e disponibile, cheperò nn sa cantare l’opera, contattate l’altra Budapest..

Le trasfigurazioni di Picasso, in mostra a Budapest

PROROGATA FINO AL 31 AGOSTO…

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Se siete in procinto di venire in vacanza a Budapest, non perdete la grande mostra: “Picasso – trasfigurazioni” allestita presso le sale della Galleria Nazionale Ungherese, ed aperta fino al 31 luglio..

Ci sono ancora due settimane abbondanti per visitare questa che è certamente una delle più belle mostre del 2016 nelle grandi capitali europee, oltre 100 opere del più grande pittore del XX secolo, e soprattutto 100 opere importanti: non come troppo spesso capita qualche disegno o opera minore neanche ad olio (per di più di un artista noto per la sua estrema prolificità), ma 100 opere arrivate in prestito dalle più grandi collezioni mondiali di Picasso, ad iniziare dal Museo Picasso di Parigi, che ne ripercorrono l’intero arco del suo lavoro dalla “ragazza a piedi nudi” dipinta a 14 anni, fino agli straordinari, enormi, coloratissimi quadri dipinti a novant’anni suonati.

L’occasione è stata la chiusura, fino al 2018, del più grande museo di Budapest: il Museo di Belle Arti, adagiato su un lato di Piazza degli eroi, con le sue collezioni in giro per i musei d’europa (prima tappa è stata Milano) ed importanti scambi di opere con le maggiori istituzioni museali internazionali.

Trasfigurazioni è il titolo della mostra e la prima trasfigurazione in cui ci imbattiamo appena entrati nelle sale dell’edificio A del palazzo reale di Buda, è quella del corpo stesso di Picasso, il suo corpo  in una serie di (auto)ritratti fotografici nei vari studi parigini, francesi spagnoli in cui l’artista era all’opera, quasi 70 anni di selfie d’antan, in posa, col busto muscoloso sempre in mostra, ostentato, o con la maglia a righe e il virile cranio lucido.

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La grande mostra su Picasso è la grande mostra della pittura del XX secolo: dagli inizi classici alla rivoluzione del cubismo analitico, con due delle sue opere simbolo: “l’uomo col mandolino”, defromato, in mille piani, come in uno specchio rotto, e quasi monocromatico, il colore cede posto all’urgenza strutturale e il chiaroscuro viene impiegato contro la sua stessa natura, per creare il minor rilievo possibile” e il “ritratto di Ambroise Voillard” (direttamente dal museo Puskin di Mosca), Voillard famoso gallerista parigino e amico personale di Picasso, sembra come uscito da un manifesto di un film di Tarkovsky, il volto come esploso in mille frammenti  eppure un vero autentico ritratto, fisico, ma anche psicologico, che un bambino appena lo vide esclamò senza esitaizoni,ma è Voillard…

Il periodo cubista durò pochi anni, seguì il ritrono all’ordine, alla linea classica, ancora piu per Picasso che visse tra gli splendori antichi di Roma, dove segue Cocteau e il balletto russo, e la etoile Chocova, figlia di un emigrè russo, sposata nel ’18.

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Il ritorno all’astrazione si ha nella sala della fase surrealista, con la pazzesca tela “Il bacio” scordiamoci l’eleganza di Klimt di pochi anni prima, in Picasso è l’esaltazione dell’amore libero, della carnalità, degli organi sessuali che pendono, l’unica bocca dei due amanti, le linee assurde e contorte dei loro corpi, i rosa e rossi sgargianti, forme  tribali, africane o dell’Oceania, nuova linfa per l’arte europea.

e se associamo invece Picasso al suo quadro più famoso, Guernica, la mostra propone il famoso mediometraggio del giovane Alain Resnais (quello di Hiroshima mon amour) sulla strage del villaggio e sull’opera dell’artista, con i particolari del quadro ingranditi sotto un montaggio incalzante e musiche stridenti 900 storico, preceduta da una dei quadri della serie  “Donna che piange”.

Dopo la guerra, il bisogno di ritornare alle origini, dipingere con gli occhi di un bambino soggetti innocenti, giochi, campagne e poi le grandi tele degli ultimi anni, controni decisi, cavalieri, tori, soldati, perchè la vita è un gioco

P.S. per tutti nel nostro immaginario collettivo l’artista (e quindi Picasso) è sinonimo di  vitalismo, avventura ed eccentricità, ma per un ungherese non più teenager ancora di più.. Qui negli anni 80 ebbe un successo clamoroso un film commedia svedese (si) “le avventure di Picasso”. Lo posto qui giu, è in ungherese, ma si può ridere comunque..

Sotto palazzi centenari..

Una trentina di persone al buio 10 metri sotto un grande palazzo della Budapest storica di inizio 1900. Solo uno ha una piccola torcia in mano, ed è puntata verso il basso, si vede giusto l’ombra della sua bella pancia che sporge da una maglietta troppo corta, dietro di lui una grande botola in metallo arrugginito con una manigliona.

È un weekend speciale per chi ama Budapest, il weekend della Budapest 100 in cui si festeggiano i palazzi degli anni ’10 del 900, che compiono 100 anni e bisogna festeggiare, palazzi nati quando Budapest era una delle città più dinamiche d’Europa, aperti eccezionalmente al pubblico per la gioia degli abitanti. Ora che siamo negli anni bui della guerra (quella di 100 anni fa, nn quelle di oggi) si celebrano i palazzi del nagykorut, la grande arteria cittadina, quella che taglia i quartieri semicentrali e ci accompagna da ponte a ponte sul danubio, che quando l’attraversi ti senti come se sei dove le cose contano davvero.

scalinata scala liberty budapest

la magia delle scalinate liberty di Budapest

E’ un grande giorno di festa, da passare da palazzo a palazzo con l’opuscolino in mano, nn sai mai quello che trovi, cosa nascondono i palazzi e cosa ti hanno organizzato i condomini, che tutto è su base volontaria della gente del palazzo: visite guidate dal solaio alle cantine, foto storiche appese nell’androne, tabelloni, le storie di qualche personaggio famoso nato o vissuto in quella casa, qualche evento per i bambini la domenica mattina, un piattino di pogacsa (i classici rustici ungheresi che ti prepara la nonna), che in fin dei conti si aspettano sempre gli ospiti a casa. La visita a Budapest, anche di pochi giorni, si può così arricchire di eleganti cortili, vetrate liberty e scale signorili.

 

Ci sono anche sorprese: l’altra Budapest è capitata anche nei sotterranei in questo palazzo, con il signore con la pancia sporgente e la torcia puntata verso il basso come in un film dell’orrore a basso costo anni 90, che ci sta accompagnando per gli scantinati dove si è rifugiato per settimane durante i fatti del ‘56. Siamo scesi nelle cantine del bel palazzo storicista, un angolo elegante del viale, cantine nate per immagazzinare il carbone per i condomini e oggi usati come box privati. A terra c’è la terra, le porte ancora di legno ormai marcio di 100 anni fa o quasi, odore di sottoterra e umidità. Una grande porta di ferro spessa parecchi centimetri ci conduce ancora più in basso. Il signore ha i capelli sporchi. Si ferma in ognuno dei 5-6 vani ricavati qui sotto, parla delle famiglie che stavan qui, dei bagni comuni, della cisterna di acqua, delle altre scale murate, dei colpi di cannone dei carri armati sovietici, delle condutture per l’aria, di dove giocavano i bambini. Ogni volta finisce con “e questo è tutto quello che ho da dire”.

La porticina in ferro tipo ingresso per l’inferno che ci mostra un po’ intimidito era l’uscita di sicurezza. Portava ad altre gallerie, scavate sotto gli altri palazzi del distretto. Erano tutti collegati, si poteva attraversare praticamente in quartiere, dall’interno. Ora son tutti murati. Noi tratteniamo il fiato.

per quello che c’è sopra invece qualche foto è qui: https://laltrabudapest.wordpress.com/budapest-100-2016/

Una storia che dalla Budapest liberty ci porta alla Budapest comunista, con l’altra Budapest..

Ad occhi aperti

la mostra fotografica del mese a Budapest

cavalli ungheresi mostra fotografia budapest

L’Ungheria è terra di grandi fotografi, esponenti dell’Arte simbolo dell’inizio del ‘900, quando l’Ungheria era una terra ricca e in pieno sviluppo, che cavalcava le nuove mode della modernità. e Budapest celebra i suoi figli Robert Capa e Andrè Kertèsz, (tra i più grandi fotografi del secolo passato) nella Casa dei Fotografi Ungheresi (Mai mani hàz) nel Centro Robert Capa, e nel nascente nuovo “quartiere dei musei” farà sorgere un grande Museo della Fotografia.

Non sorprenda quindi che tra gli eventi da cercare in città, anche in una breve visita a Budapest, molte e di grande qualità son le mostre fotografiche, come quella visitabile fino al 15 Marzo nel Museo Nazionale Ungherese: che vede esposti 250 scatti di Hemző Károly (1928-2012), quasi tutti in un suadente bianco e nero a ripercorrerne tutta la sua vita artistica, e insieme ad essa, tutta la storia recente dell’Ungheria e della sua capitale.

Costretto all’immobilità per una malattia infantile, il piccolo Kàroly si consolò impugnando la macchina fotografica e a guardarsi attorno. Sarà la sua vita. Tre grandi sale (700 m2 di eesposizione), tre grandi temi, tre stagioni della sua vita.Negli anni ’50 è prima fotografo ufficiale della mitica Honvèd di Puskàs, poi capofotografo di Képes Sport (lo Sport Illustrated ungherese). Nell’ambiente si suol dire la grandezza di un fotografo si vede dai soggetti sportivi. Hemző fa scatti meravigliosi. Sono gli anni in cui si costruisce il socialismo reale, i cui eroi sono gli atleti, le medaglie olimpiche, “i colossi” figli del socialismo, corpi scultorei in foto plastiche, in cui non traspare alcun sforzo, lo sport magiaro è trasfigurato negli atleti della classicità greca. Il calcio ungherese poi è al suo massimo, la nazionale ungherese di Puskàs e Kocsis (la Squadra d’oro) umilia i maestri inglesi a Wembley e sfiora il primo mondiale del dopoguerra.

lanciatore di martello mostra fotografica Budapest

Ferenc Puskas Ungheria nazionaleungherese

   Hemző passa poi a Magyar SzemleL’occhio ungherese, il principale rotocalco nazionale, fotografia e società, di quelli popolari anche da noi negli anni ’60. Gira per l’Ungheria, per mostrare la bellezza del paese, l’immagine migliore dell’Ungheria socialista, panorami e scorci, campagna e città, operai e compagne, lavoro nelle fabbriche e divertimenti popolari. Hemző fotografa i pastori di Hortobágy, e l’eterno diznòvàgàs, il rito dell’uccisione del maiale nei villaggi, una donna curva sotto il peso dei secchi pieni di lastre di ghiaccio, metalmeccanici di Dunakeszi, donne sorridenti fiamma ossidrica in mano e il relax nelle piscine o alle terme di Budapest, o al parco dei divertimenti dove anche gli anziani ridono sulle autoscontro, bambini investiti dal sole sulla collina Gellèrt, placide barche a vela sul lago di Balaton. E poi ovviamente Budapest, con i suoi splendori e le sue storie, scorci di quella che oggi sembra quasi un’altra città, sospesa nel tempo, da come è cambiata oggi, come nei leoni del ponte dellv catene, mai così imponenti o la Basilica. Spicca una foto elegantissima con la cupola del parlamento ungherese in alto e in primo piano la cupola scura dei bagni ottomani Kiràly. Fino agli anni 80, gli indiani che suonano a Vörösmárty tér, davanti ai nuovi turisti occidentali. Arriva il colore, la Basilica restaurata bianchissima, e la politica, la storia prosegue. Hemző é lí presente quando vengono abbattute o trasferite le imponenti statue comuniste.

 

 

 

 

hemzo leoni ponte delle catene vintage

i leoni del ponte delle catene

 

Basilica di Santo Stefano Budapest bianco e nero chiesa

la Basilica di Santo Stefano

 

Nella terza grande sala ti vengono incontro invece creature meravigliose: sinuosi cavalli, criniere al vento, nella grande campagna ungherese, spesso in coppia, eleganti e teneri. Su tutte un’opera di grande poesia: un cavallo bianco e un cavallo nero che allungano il collo fuor dalle gabbie, per baciarsi. Come ci avverte una scritta all’ingresso della sala “Due cose han determinato la mia vita, cavalli e le donne”.

cavalli ungheresi gioco

cavalli ungheresi

In molte case ungheresi sono in effetti presenti foto di Hemzo, sposato ad una popolare esperta di cucina, firmarono insieme testi e foto dell’intera serie della Cucina ungherese per tutti, dagli antipasti ai dessert, foto esposte anche qui: le copertine dei vari volumi, ma anche scatti personali mai pubblicati, studi sul colore e prospettive insolite. il soggetto diventa il cibo, la gastronomia, sempre con un occhio popolare.

Sorprendentemente, nel piccolo corridoio finale le foto degli ultimi anni della sua vita, quando la malattia lo costrinse a casa, a non lasciare la sua camera in cima alla scala. Non rinunciò alla sua arte, anzi, nascono degli studi commoventi, intimi e poetici, le nuvole dalla sua finestra, in diverse stagioni e ore del giorno come Cezanne, nature morte, chiaroscuri, il commiato di un grande fotografo ungherese.